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Forse non tutti voi sapete, ma da circa un anno mi sto occupando, assieme alla cuoca e scrittrice Elisabetta Tiveron, di un progetto fotografico/letterario dal titolo “La strada del cibo”.

Il filo conduttore, lo dice il titolo stesso, è il cibo. Da mesi stiamo viaggiando nei Balcani: un’area composta da Paesi talvolta divisi da profondi contrasti, ma anche spesso legati dalle stesse abitudini alimentari. Il cibo come pretesto per parlare con le persone del luogo, per entrare in contatto, per presentarsi e farsi accettare, per conoscere. E soprattutto per conoscersi. Si, perché sono convinto che il viaggio sia un momento di arricchimento personale, un’occasione per mettersi in gioco, per uscire dal proprio guscio.

Inoltre reputo che l’incontro con le persone dei Paesi visitati sia lo strumento principe per comprenderne la storia e l’attuale situazione politica/sociale, apparentemente così complicata.

Nel maggio del 2011 ci troviamo a Sarajevo.

Vi ricordate Markale? No? Markale, il mercato coperto che si trova nel centro della città, è noto alle cronache perché, durante la guerra in Bosnia, venne colpito per ben due volte dai bombardamenti serbi, che provocarono 105 morti e 234 feriti, tutti civili.

Sarajevo, mercato Markale.

Sarajevo, bancarelle del mercato Markale.

Ancor oggi è uno dei mercati di frutta e verdura più affollati di Sarajevo. Al suo interno, in uno dei quattro angoli, c’è un piccolo bar. Vi si accede salendo alcuni gradini; all’esterno si trova una mini piattaforma rialzata dove il proprietario ha piazzato due piccoli tavolini. Sono le 16; io ed Elisabetta, stanchi di gironzolare per la città, decidiamo di concederci qualche minuto di relax, ci sediamo, ordiniamo due caffè turchi zuccherati e grappa di prugne. Questa è la nostra seconda visita al locale: il giorno prima c’eravamo capitati quasi casualmente e ci aveva colpiti molto. Avevamo assaggiato un’ottima šljivovica (grappa di prugne) di cui vorremmo conoscere il produttore. Grappa e caffè ci vengono serviti da un signore di mezza età, che poi si scopre essere il proprietario del bar. Si chiama Ervin. Gustiamo il buon caffè, ci fumiamo un paio di sigarette e beviamo la forte grappa bosniaca che scalda lo stomaco e lo spirito. Ancora non so che questo piccolo e buio posticino sarebbe stato il teatro di uno degli incontri più simpatici e significativi del nostro soggiorno a Sarajevo.

Dall’alto della piattaforma si gode di un bellissimo colpo d’occhio, bancarelle colme di frutta e verdura, un via vai continuo di persone di ogni tipo ed estrazione sociale. Una posizione strategica per ammirare la gente di Sarajevo.

Sarajevo, il mercato Markale.

La nostra provenienza straniera viene subito notata da Ervin, il quale, visto il bicchierino di grappa quasi vuoto, subito ci corre in soccorso e, con fare paterno, riempie il vuoto alimentare.

Noi, gaudenti viaggiatori, accettiamo con entusiasmo e accenniamo un brindisi di ringraziamento. Lui non si fa scappare l’occasione, con maestria si procura un bicchiere e con fare giocoso partecipa attivamente al nostro brindisi. Così, nel giro di pochi minuti ci ritroviamo seduti allo stesso tavolino, in compagnia di una bella bottiglia di šljivovica. Dopo le presentazioni ufficiali, iniziamo a parlargli del nostro progetto, del senso della nostra presenza. Cerchiamo di stabilire che non siamo semplici turisti, interessati solo ad un’osservazione superficiale del luogo che ci ospita. E tra una grappa e l’altra, io inizio a parlargli di me, del mio lavoro, della mia vita in Italia. Elisabetta, anche lei per prima, dà al nostro nuovo amico un assaggio di quello che è nella vita di tutti i giorni. Ordiniamo un altro caffè.

Ormai siamo seduti al tavolo da più di un’ora, il nostro amico Ervin ordina alla ragazza del bar di tener d’occhio il livello dei nostri bicchieri (e del suo), cosi che ogni qual volta il livello “mezzo vuoto” viene superato, ecco che lei arriva e riporta la grappa alla giusta altezza, verso l’orlo del bicchiere. Ervin si è sciolto, ci siamo sciolti tutti, dalla mia bocca esce un inglese masticato ed ingarbugliato, in pieno combattimento con le sue regole grammaticali e fonetiche. Ervin inizia a raccontarci la sua storia: è un avvocato che non pratica più la professione, è vedovo, ha un figlio, e da qualche anno gestisce il piccolo bar del mercato ma non sa se lo terrà per ancora molto. Durante la guerra ha riparato in Canada, è tornato a Sarajevo solo a conflitto finito. A questo punto si commuove. Ne beviamo un altro.

Ormai la spontaneità regna sovrana, io ho sempre la macchina fotografica al collo e decido che è ora di usarla, prima di non riuscire più a capire dov’è il pulsante di scatto.

Chiedo il permesso e scatto i primi ritratti al nostro amico.

Ervin, il gestore del piccolo bar al mercato Markale.

Una cliente del bar, appostata sulla porta d’ingresso, ascolta, o meglio, osserva il nostro incontro. Vede che fotografo e, in qualche maniera, mi fa capire che posso fare una foto anche a lei. Non perdo l’occasione e, dopo un breve scambio di battute, eseguo.

Sarajevo, bar al mercato Markale.

Ancora non mi sono addentrato all’interno del bar, ho solo notato che è poco luminoso. Osservo, e scopro un locale della lunghezza di tre metri per due; a destra ed a sinistra sono posizionati due tavolini per lato, occupati rispettivamente dalla mia precedente modella e da un simpatico vecchietto vestito con una vissuta ed elegante giacca. Anche lui beve caffè turco e grappa. Lo guardo, lui mi sorride, mi è molto simpatico, noto nei suoi occhi una luce strana, particolare. Un misto di serenità e tristezza che non so bene spiegare.

Meglio parlare con una foto. E click.

Sarajevo, bar al mercato Markale.

Esco, mi risiedo, ascolto la Betty e Ervin mentre parlano di cibo e di grappe fatte in case, la Betty è molto interessata, mi rollo una sigaretta e come al solito mi ritrovo a dover chiedere l’accendino. In quel momento entra nel bar un venditore di accendini – appunto quando si dice la provvidenza – a cui spiego di cosa ho bisogno: “un accendino grazie”. Niente, non posso acquistarne uno , ma cinque si. Ok . “Quanto costa?” UN MARCO BOSNIACO, che equivale a 50 centisemi di euro. Affare fatto .

I miei nuovi 5 accendini ed io. Good. “Mi saranno molto utili”, penso. Così, dotato di un spropositata potenza di fuoco, ormai in preda a pensieri liberi, “ma quanto è bello questo posto… ma come mi piace stare qua… ma che gente simpatica…”, mi dedico a fumare sigarette, parlare con il mio nuovo amico gestore, con la Betty, offrire fuoco a tutti. Il venditore di accendini si siede dentro, ordina solo grappa, niente caffè. Ha una faccia interessante, avrà al massimo trent’anni e mi incuriosisce. Anche lui si mette all’ascolto dei nostri discorsi ed osserva incuriosito questa bella scenetta: due italiani seduti allegramente ai tavoli del bar del mercato, a parlare con il proprietario, come se fossero cittadini locali, amici di vecchia data, abituali frequentatori. Eh si… per un po’ mi sono sentito quasi così. Il bar è diventato “il solito posto”, dove vai a bertene uno anche da solo, tanto sai che qualcuno incontri.

Quella faccia… mi dico: ”vado e gli faccio una foto”. Entro, mi presento e cerco di farmi capire. Si chiama Sam, è sposato, ha tre figli, un po’ di fratelli (tutti emigrati in Germania). Come prima cosa gli racconto chi sono e cosa faccio. Quindi, come se la cosa fosse necessaria e di buon auspicio per la nostra amicizia, mi offre una grappa. Io cerco di negarmi spiegandogli che ormai sono passate due ore dalla prima, e non mi sono ancora fermato, ma evidentemente è necessario. Bene, mi dico, no problem. Sono circa le 18,30, il bicchierino da grappa si è trasformato in bicchiere da vino, colmo però di grappa. E noto che anche fuori è avvenuta la stessa trasformazione. Una legge bosniaca dice testualmente: ” dopo le 19 si beve solo in quelli grandi, pena l’espulsione dal Paese.”

Il mio amico Sam è un tipo strano, mi ha venduto cinque accendini e adesso è con me al bar a bere e parlare di politica. Non gli interessa più il suo giro, per oggi ha finito di lavorare. Continuiamo a raccontarcela come se fossimo due vecchi amici che non si vedono da molto tempo. Un giro lo offre lui, uno io.

Sarajevo, bar al mercato Markale, il mio amico Sam, il venditore di accendini.

Cosi passa un’altra oretta.

Sarajevo, bar al mercato Markale, il mio amico Sam.

Sono le 19,30. La pausa ristoratrice si è trasformata in un rave di parole e distillato di prugne, e cominciamo ad essere un po’ troppo euforici. Cerchiamo qualcosa da mangiare sul bancone, ma niet, non c’è niente da sgranocchiare, e noi sentiamo il bisogno di ingerire del cibo solido.

I nostri nuovi amici, ormai, sono tutti seduti con noi all’esterno, sulla piccola piattaforma. Ci dispiace molto, ma abbiamo proprio bisogno di staccare per recarci dal primo fornaio ed accaparrarci gli ultimi somun (i pani tondi bosniaci).

Provo a saldare i nostri conti, ma non riesco a pagare, non me lo permettono. Anche Sam, scherzosamente, mi caccia e, seriamente, minaccia vendetta se oso pagare qualcosa.

Siamo quasi commossi. Che fare?

Quindi, come si fa con gli amici conosciuti durante le vacanze estive, ci salutiamo un po’ a malincuore, ci scambiamo gli indirizzi, ci abbracciamo e promettiamo di tenerci in contatto.

Con passo calmo e prudente scendiamo i pochi gradini, adesso pericolosi.

Mi giro ancora a salutare e a ringraziare, tutti ci guardano andare, un po’ malinconici.

Li guardo, non voglio dimenticare le loro facce.

Faccio l’ultima foto.

Click.

Sarajevo, i nostri amici del piccolo bar al mercato Markale. Ervin, Sam e la ragazza del bar.

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