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Come vi dicevo nel post precedente, a marzo sono stato nel campo profughi di Ras Jadir.

Voglio farvi vedere qualche  altra foto sulle lunghe code e sul caos che si veniva a formare nel piazzale antistante la mensa.  Dopo ore di attesa finalmente i profughi sono prossimi a ritirare il pasto, come vi raccontavo spesso questo momento diventava il  più caotico e il più pericoloso.  Sono tutti stanchi, assetati ed affamati. Infastiditi dalla obbligata vicinanza, dalla mancanza di spazio. L’arrivo è vicino.

Il caotico passaggio dalla fila alla mensa

I primi della fila fanno un passo avanti, vogliono entrare tutti assieme ma  i militari e gli addetti alla mensa hanno l’ordine, solo tre alla volta.  Da dietro tutti  spingono, conquistano un po di  terreno, schiacciano gli uni contro gli altri,  la fila rompe gli argini e il fiume umano si infila da ogni direzione verso l’ingresso del capannone adibito a refettorio. A questo punto i militari formano un cordone con i loro corpi, creano un nuovo argine verde divisa.  I profughi nelle prime file, urlano,  sono imbottigliati tra la massa dietro che vuole avanzare  e  i militari che bloccano il  varco. La situazione è difficile e pericolosa . Più di una volta  questi fatti  sono stati risolti con qualche colpo di arma da fuoco sparato in aria. Intanto altri addetti al campo intervengono sul motore della spinta e  le persone che si trovano nella posizioni più arretrate vengono riportate alla ragione.

Finito l’ennesimo momento di confusione vedo un vecchio, in faccia aveva dipinta la stanchezza, la paura, l’impotenza.

I suoi occhi parlano.

Un vecchio si aggrappa alle gambe di un soldato, cercando protezione

Leggo rassegnazione. Ma anche speranza . Non sa come è arrivato trai primi della fila, lui era molto indietro.  Mi colpisce  il gesto istintivo di abbracciare le gambe del soldato che si trova davanti a lui. Il vecchio sta cercando riparo, un porto sicuro. Il soldato si accorge di lui e appoggia la mano sul capo del vecchio, lo rassicura e lo protegge.

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