Guca – festival delle trombe

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Non conoscete la cittadina di Guča in Serbia? Ok, siete scusati perché a Guča non succede mai niente… tranne una cosa importantissima e famosissima: il Dragacevo Trumpet Festival (di cui è in corso proprio in questi giorni la 52^ edizione), un concorso/festival di bande di ottoni (la musica balcanica per eccellenza) la cui fama va ben oltre i confini serbi. E’ infatti uno degli happening musicali più attesi e affollati d’Europa.
Guča è un piccolo villaggio montano abitato di 2.000 anime, ma nella seconda settimana di agosto la sua popolazione sale a 300.000 persone e più. Arrivano da tutta la Serbia ma anche da molti paesi europei (ed extraeuropei).
La kermesse musicale dura una settimana, durante la quale bande di suonatori si sfidano ogni sera sul palco ufficiale a colpi di canzoni dal ritmo sfrenato, mentre migliaia di persone ascoltano, ballano, mangiano, si ubriacano, cadono, si rialzano e di nuovo ballano, bevono, cantano. Sette giorni di festa, di musica, di cibo e alcol.
In principio fu solo un evento musicale locale, ma dopo gli ultimi eventi bellici balcanici per i serbi il trumpet festival ha acquistato uno spavaldo e provocatorio significato nazionalista.
Giovani e vecchi si radunano al centro della piazza dove è installata la statua del trombettiere, e lì con spontanea e primitiva virilità cantano gli inni serbi, mostrano i simboli della grande Serbia, bevono fiumi di birra. Tutti sono vestiti in stile militaresco, alcuni hanno la tenuta completa dell’esercito serbo, altri solo qualche capo di abbigliamento, come il cappello militare. Tutti compongono con le mani il simbolo del nazionalismo serbo: pollice, indice e medio alzati a formare, a seconda delle interpretazioni che si vuole dare al gesto, il numero tre, Dio-Patria-Famiglia, oppure i tre stati che componevano la grande Serbia (Montenegro, Bosnia e, appunto, Serbia). In qualche maniera è uno spettacolo nello spettacolo.
Per le strade della cittadina si odono bande di gypsy, nomadi suonatori ambulanti, che a pieni polmoni attentano ai timpani dei presenti. Ovunque si formano gruppi di persone che ballano e cantano. Belle ragazze gypsy, vestite con corti gonnellini su cui sono incastonate decine di sonagli, ballano in maniera provocante in cerca di clienti.
Tutte le strade sono occupate in ogni loro spazio da stand gastronomici, venditori di birra e da bancarelle con gadget di ogni tipo: si va’ dalle semplici magliette con la scritta “Guča trumpet festival”, fino ai ritratti degli “eroi” (cioè, quelli che alcuni serbi considerano tali) Mladic e Karadzic. E’ curioso vedere come le stesse persone possono godere di fama e gloria in un posto, ed essere invece considerati in molti altri dei crudeli criminali di guerra, inseguiti dalla polizia di mezzo mondo. Ma anche questo fa parte del viaggio no? Il viaggio inteso come scoperta, conoscenza.

E adesso un po’ di foto …Questa è la piazza dedicata al trombettiere. Il trombettiere non si vede perché decine di persone si sono arrampicate su di lui, è là dove vedete la bandiera e il cartello stradale. Quest’ultimo non ho idea che cosa voglia significare per il nazionalista serbo ma tant’é, tutto fa brodo, forse vuol dire esattamente questo: “stop”.   

Qui a sinistra, uno dei tanti esempi di abbigliamento: basco militare, maglietta mimetica, il tutto condito da un bel saluto militare. Nel mio girovagare tra di loro ho notato come, trovandosi davanti ad un fotografo, il loro essere “serbi nazionalisti” – e i relativi simboli ed atteggiamenti – vengano volutamente manifestati ed accentuati. Si ha quasi l’impressione che ci sia il fine di comunicare al mondo il loro spirito non vinto, le loro idee sulla grande Serbia e la loro visione della storia. Io, da parte mia, fotografo, registro e documento.

Ed eccoli, i trombettisti. Una delle innumerevoli bande che scorrazzano per la cittadina. Con le loro trombe animano le vie del centro, fanno ballare anche i più riluttanti. Ma lo sapete  che tutte queste bande sono composti da nomadi, gypsy? Vi chiederete, com’è ‘sta cosa? Anche a me è  sembrato un fatto incongruo. In quella marmellata di persone dal gusto nazionalista, centinaia di suonatori e danzatrici gypsy dovrebbero risultare poco graditi. Invece no! Anzi, loro fanno parte dello spettacolo, sono lo spettacolo. Forse i serbi non sono così come sembrano, forse la guerra ha provocato anche a loro ferite ancora sanguinanti? Forse non è solo un problema di ideologie? Il loro rifugiarsi nei simboli nazionalisti fa parte di una istintiva, collettiva, difesa verso l’opinione generale che li descrive come dei criminali guerrafondai? O forse anche loro hanno solo dei cattivi e corrotti politici?

Ma vediamone un’altra…

Per rimanere in tema, queste due ragazze gypsy stanno danzando provocatoriamente davanti agli avventori di un bar. Sono alla ricerca di clienti..
Anche loro fanno parte dello show.

Qui siamo allo stadio in occasione di uno dei concerti serali. Come vedete, in mezzo ai ragazzi festanti spicca un uomo in divisa militare, piuttosto serio e severo nella sua espressione. Per lui probabilmente questo evento ha altri significati e forse gli fa tornare alla mente situazioni più tristi e drammatiche.

Ma adesso vi devo lasciare, la mia gamba malridotta mi segnala che è ora di stendersi a letto.

Un’ultima cosa: Guča è un posto che trasmette emozioni contrastanti, pieno di persone diverse, un posto sicuramente da vivere senza pregiudizi.

Bye bye

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Pekara

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Siamo come al solito in giro per le strade, sempre e ancora a Sarajevo. Io, Betty e sua sorella Caterina (che ci ha raggiunti in Bosnia durante uno dei nostri viaggi per il progetto La Strada del Cibo).
Il nostro gironzolare per le strade di Sarajevo è fatto di cambi di direzione, deviazioni di percorso, e fermate non programmate. Curiosità mista ad improvvisazione. Se qualcuno potesse osservarci, il nostro incedere potrebbe sembrare casuale e confuso, invece segue una precisa logica. Il percorso cambia ogni volta che la nostra attenzione viene attirata da qualche elemento. Siamo alla ricerca. In Bulgaria, in una piccola cittadina, abbiamo seguito un gregge di capre, guidato da una donna gypsy, e siamo arrivati al piccolo borgo zingaro di cui vi ho parlato in un post precedente.

Vedo da lontano comparire una gruppo di donne musulmane, la decisione é presa in un millisecondo: “si va di là”. Sapendo quanto siano riservate, soprattutto per quanto riguarda l’essere fotografate, mi presento da lontano. Metto in pratica un altro dei miei piccoli trucchi: faccio finta di scattare qualche foto qua e là, a caso. Ancora non punto la camera su di loro, in questa maniera le preparo alla possibilità di essere il mio prossimo soggetto. Ormai vicino e a portata di scatto, guardo le loro facce e cerco di scorgere qualche gesto contrariato, con soddisfazione vedo che solo due del gruppetto si dileguano e si coprono il viso, per cui alzo la macchina e scatto. Le guardo e con un gesto ringrazio e rispettosamente saluto, il gruppetto quasi divertito ricambia e prosegue la sua strada.
Vedete l’edificio dietro le donne? Bene. Appena superata l’allegra brigata, un profumo intenso riempie l’aria, un profumo di cose buone, cibo… no, non semplicemente cibo, sembra pane… si, è pane. “Andiamo su”, seguiamo la strada del cibo, vediamo dove ci porta, chi ci fa conoscere.

Sarajevo, il panettiere Aljovic Bacir.

Eh si, è proprio una “pekara”, un panificio. Entriamo. L’ambiente è piuttosto minimale. Una stanza d’entrata grande si e no 3×3 , a destra un altro passaggio, ma immagino non sia un ambiente pubblico, quindi aspetto. Dopo poco, lancio il segnale acustico: “ehilà, c’è qualcuno?”. Questa è lingua internazionale. Esce un signore di mezza età, è lui, il panettiere. Il suo nome è Aljovic Bacir. Il suo panificio si chiama Alifakovac (come la strada su cui si affaccia). Ci presentiamo, e cerchiamo di comunicare in qualche lingua ufficiale. Niente inglese, niente italiano, e da parte nostra niente bosniaco. Quindi si ricorre alla solita, a quella che so meglio parlare. Un sorriso, un gesto che indica che l’odore che esce dal forno è fantastico, uno per mostrare la mia macchina fotografica, e lui capisce tutto. Sceglie Aljovic la location, si mette in posa sotto il ritratto di Alija Izetbegović, il primo presidente della Bosnia Erzegovina. La prima foto è fatta. Adesso altre parole, altri gesti, cerchiamo di intenderci e in qualche maniera ce la facciamo. Gli raccontiamo il senso del nostro viaggio, lui capisce che siamo interessati a vedere come si fa il pane, che ci serve per il nostro libro. Il pane bosniaco si chiama somun, nella forma ricorda la nostra piadina, ma è altra cosa. E’ una pagnotta rotonda e sottile, durante la cottura si gonfia al centro dove si forma una sacca d’aria tra la base e il lato superiore. L’interno è vuoto, non c’è mollica. Ha un gusto delicatissimo e squisito. Il somun é molto leggero da digerire. Mangiarlo caldo è l’ideale.

Bosnia, Sarajevo. La produzione del pane somun.

Il magnifico pane somun.

Siamo dentro il cuore del panificio, il forno a legna é all’opera, ed è una magnifica visione. Fa molto caldo, ma le profumate e incandescenti temperature del forno mi rendono euforico. Salutiamo i panettieri al lavoro. Sono quattro omoni, la faccia dura, ci guardano stupiti e non capiscono. Il nostro amico fa gli onori di casa, spiega un po’ chi siamo e cosa facciamo. Scatta il sorriso, e tutti si trasformano in gentleman britannici, molto accoglienti e disponibili. Sono vestiti in magliettina e pantaloni bianchi, insomma… da panettieri. Sul bancone vengono continuamente appoggiate profumatissime pagnotte appena sfornate e il forno viene, di conseguenza, continuamente rifornito di panetti crudi. Io, Betty, Caterina cominciamo ad avere problemi con il controllo dei nostri primordiali istinti animaleschi (ok, lo ammetto… soprattutto io). La vista, il profumo, la piacevole accoglienza hanno scatenato in noi l’indomabile desiderio di addentare, deglutire e addentare di nuovo. Il mio essere fotografo viene sopraffatto. Tutto ciò è cosi palese che Aljovic non perde tempo, prende una pagnotta e ce la offre. Caldissima, ottima. Anche lui partecipa al banchetto. Mangiamo quasi con ingordigia e questo esplicito apprezzamento li diverte molto. Ridiamo tutti. Il mastro panettiere ci guarda sempre più divertito, probabilmente le nostre facce sono molto felici, non perde tempo, e dai… un’altra pagnotta. Ancora ci guardiamo e sempre nella lingua universale esprimo i miei complimenti per il magnifico pasto. Soddisfatto l’impulso irrefrenabile, ritorno in me stesso e mi sovviene che sono un fotografo e ricordo anche la ragione del mio curiosare per cucine e forni a legna. Mica sono entrato con una scusa per mangiare del pane a tradimento! Quindi, a questo punto, mostro la macchina fotografica, sparo ancora un paio di sorrisi e inizio a fotografare.

Intanto Betty e Caterina sono intente a dialogare (pur se con le difficoltà linguistiche di cui sopra) con il mastro panettiere che con fierezza spiega i segreti di questa delizia. Vedo che sono entrate in confidenza, Aljovic ormai se le abbraccia paternamente e le ha dotate di un sacchettino con dentro pagnottine appena sfornate. Così continuano a parlare e a mangiare qualche boccone. E mi rendo conto di quanto sia salutare per i rapporti interpersonali mangiare assieme, condividere la stessa “tavola”. La potenza del cibo! Così Betty scopre i segreti del pane di Sarajevo, e mangiando assieme, il nostro amico fornaio inizia a parlare, a raccontare. Si viene a sapere che durante la guerra il panificio ha continuato a funzionare, a sfornare pane sia per le truppe che per la popolazione civile, nonostante bombe e cecchini in agguato.

Bosnia, Sarajevo, Aljovic abbraccia allegramente Betty e Caterina.

Condivisione! Che bello!

E mi ritorna in mente un altro racconto simile di Fidani Baftir, lui ha uno storico locale, il Buregdzinica Bosna, nel quartiere turco, è specializzato in pita. Anche lui durante la guerra non ha chiuso, ha continuato a sfornare e con la sua produzione riforniva sia l’esercito che la popolazione.

Ma forse non sapete cos’è la pita? Ah ah male, male !

Questo, però, ve lo racconto nel prossimo post….

Intanto stampatevi nella mente questa faccia: il grande mastro panettiere Aljovic Bacir a cui sempre sarò grato per il lauto pasto che ci ha offerto, con simpatia e semplicità.

Bosnia, Sarajevo, il panettiere Aljovic Bacir.

La strada del cibo – Sarajevo

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Forse non tutti voi sapete, ma da circa un anno mi sto occupando, assieme alla cuoca e scrittrice Elisabetta Tiveron, di un progetto fotografico/letterario dal titolo “La strada del cibo”.

Il filo conduttore, lo dice il titolo stesso, è il cibo. Da mesi stiamo viaggiando nei Balcani: un’area composta da Paesi talvolta divisi da profondi contrasti, ma anche spesso legati dalle stesse abitudini alimentari. Il cibo come pretesto per parlare con le persone del luogo, per entrare in contatto, per presentarsi e farsi accettare, per conoscere. E soprattutto per conoscersi. Si, perché sono convinto che il viaggio sia un momento di arricchimento personale, un’occasione per mettersi in gioco, per uscire dal proprio guscio.

Inoltre reputo che l’incontro con le persone dei Paesi visitati sia lo strumento principe per comprenderne la storia e l’attuale situazione politica/sociale, apparentemente così complicata.

Nel maggio del 2011 ci troviamo a Sarajevo.

Vi ricordate Markale? No? Markale, il mercato coperto che si trova nel centro della città, è noto alle cronache perché, durante la guerra in Bosnia, venne colpito per ben due volte dai bombardamenti serbi, che provocarono 105 morti e 234 feriti, tutti civili.

Sarajevo, mercato Markale.

Sarajevo, bancarelle del mercato Markale.

Ancor oggi è uno dei mercati di frutta e verdura più affollati di Sarajevo. Al suo interno, in uno dei quattro angoli, c’è un piccolo bar. Vi si accede salendo alcuni gradini; all’esterno si trova una mini piattaforma rialzata dove il proprietario ha piazzato due piccoli tavolini. Sono le 16; io ed Elisabetta, stanchi di gironzolare per la città, decidiamo di concederci qualche minuto di relax, ci sediamo, ordiniamo due caffè turchi zuccherati e grappa di prugne. Questa è la nostra seconda visita al locale: il giorno prima c’eravamo capitati quasi casualmente e ci aveva colpiti molto. Avevamo assaggiato un’ottima šljivovica (grappa di prugne) di cui vorremmo conoscere il produttore. Grappa e caffè ci vengono serviti da un signore di mezza età, che poi si scopre essere il proprietario del bar. Si chiama Ervin. Gustiamo il buon caffè, ci fumiamo un paio di sigarette e beviamo la forte grappa bosniaca che scalda lo stomaco e lo spirito. Ancora non so che questo piccolo e buio posticino sarebbe stato il teatro di uno degli incontri più simpatici e significativi del nostro soggiorno a Sarajevo.

Dall’alto della piattaforma si gode di un bellissimo colpo d’occhio, bancarelle colme di frutta e verdura, un via vai continuo di persone di ogni tipo ed estrazione sociale. Una posizione strategica per ammirare la gente di Sarajevo.

Sarajevo, il mercato Markale.

La nostra provenienza straniera viene subito notata da Ervin, il quale, visto il bicchierino di grappa quasi vuoto, subito ci corre in soccorso e, con fare paterno, riempie il vuoto alimentare.

Noi, gaudenti viaggiatori, accettiamo con entusiasmo e accenniamo un brindisi di ringraziamento. Lui non si fa scappare l’occasione, con maestria si procura un bicchiere e con fare giocoso partecipa attivamente al nostro brindisi. Così, nel giro di pochi minuti ci ritroviamo seduti allo stesso tavolino, in compagnia di una bella bottiglia di šljivovica. Dopo le presentazioni ufficiali, iniziamo a parlargli del nostro progetto, del senso della nostra presenza. Cerchiamo di stabilire che non siamo semplici turisti, interessati solo ad un’osservazione superficiale del luogo che ci ospita. E tra una grappa e l’altra, io inizio a parlargli di me, del mio lavoro, della mia vita in Italia. Elisabetta, anche lei per prima, dà al nostro nuovo amico un assaggio di quello che è nella vita di tutti i giorni. Ordiniamo un altro caffè.

Ormai siamo seduti al tavolo da più di un’ora, il nostro amico Ervin ordina alla ragazza del bar di tener d’occhio il livello dei nostri bicchieri (e del suo), cosi che ogni qual volta il livello “mezzo vuoto” viene superato, ecco che lei arriva e riporta la grappa alla giusta altezza, verso l’orlo del bicchiere. Ervin si è sciolto, ci siamo sciolti tutti, dalla mia bocca esce un inglese masticato ed ingarbugliato, in pieno combattimento con le sue regole grammaticali e fonetiche. Ervin inizia a raccontarci la sua storia: è un avvocato che non pratica più la professione, è vedovo, ha un figlio, e da qualche anno gestisce il piccolo bar del mercato ma non sa se lo terrà per ancora molto. Durante la guerra ha riparato in Canada, è tornato a Sarajevo solo a conflitto finito. A questo punto si commuove. Ne beviamo un altro.

Ormai la spontaneità regna sovrana, io ho sempre la macchina fotografica al collo e decido che è ora di usarla, prima di non riuscire più a capire dov’è il pulsante di scatto.

Chiedo il permesso e scatto i primi ritratti al nostro amico.

Ervin, il gestore del piccolo bar al mercato Markale.

Una cliente del bar, appostata sulla porta d’ingresso, ascolta, o meglio, osserva il nostro incontro. Vede che fotografo e, in qualche maniera, mi fa capire che posso fare una foto anche a lei. Non perdo l’occasione e, dopo un breve scambio di battute, eseguo.

Sarajevo, bar al mercato Markale.

Ancora non mi sono addentrato all’interno del bar, ho solo notato che è poco luminoso. Osservo, e scopro un locale della lunghezza di tre metri per due; a destra ed a sinistra sono posizionati due tavolini per lato, occupati rispettivamente dalla mia precedente modella e da un simpatico vecchietto vestito con una vissuta ed elegante giacca. Anche lui beve caffè turco e grappa. Lo guardo, lui mi sorride, mi è molto simpatico, noto nei suoi occhi una luce strana, particolare. Un misto di serenità e tristezza che non so bene spiegare.

Meglio parlare con una foto. E click.

Sarajevo, bar al mercato Markale.

Esco, mi risiedo, ascolto la Betty e Ervin mentre parlano di cibo e di grappe fatte in case, la Betty è molto interessata, mi rollo una sigaretta e come al solito mi ritrovo a dover chiedere l’accendino. In quel momento entra nel bar un venditore di accendini – appunto quando si dice la provvidenza – a cui spiego di cosa ho bisogno: “un accendino grazie”. Niente, non posso acquistarne uno , ma cinque si. Ok . “Quanto costa?” UN MARCO BOSNIACO, che equivale a 50 centisemi di euro. Affare fatto .

I miei nuovi 5 accendini ed io. Good. “Mi saranno molto utili”, penso. Così, dotato di un spropositata potenza di fuoco, ormai in preda a pensieri liberi, “ma quanto è bello questo posto… ma come mi piace stare qua… ma che gente simpatica…”, mi dedico a fumare sigarette, parlare con il mio nuovo amico gestore, con la Betty, offrire fuoco a tutti. Il venditore di accendini si siede dentro, ordina solo grappa, niente caffè. Ha una faccia interessante, avrà al massimo trent’anni e mi incuriosisce. Anche lui si mette all’ascolto dei nostri discorsi ed osserva incuriosito questa bella scenetta: due italiani seduti allegramente ai tavoli del bar del mercato, a parlare con il proprietario, come se fossero cittadini locali, amici di vecchia data, abituali frequentatori. Eh si… per un po’ mi sono sentito quasi così. Il bar è diventato “il solito posto”, dove vai a bertene uno anche da solo, tanto sai che qualcuno incontri.

Quella faccia… mi dico: ”vado e gli faccio una foto”. Entro, mi presento e cerco di farmi capire. Si chiama Sam, è sposato, ha tre figli, un po’ di fratelli (tutti emigrati in Germania). Come prima cosa gli racconto chi sono e cosa faccio. Quindi, come se la cosa fosse necessaria e di buon auspicio per la nostra amicizia, mi offre una grappa. Io cerco di negarmi spiegandogli che ormai sono passate due ore dalla prima, e non mi sono ancora fermato, ma evidentemente è necessario. Bene, mi dico, no problem. Sono circa le 18,30, il bicchierino da grappa si è trasformato in bicchiere da vino, colmo però di grappa. E noto che anche fuori è avvenuta la stessa trasformazione. Una legge bosniaca dice testualmente: ” dopo le 19 si beve solo in quelli grandi, pena l’espulsione dal Paese.”

Il mio amico Sam è un tipo strano, mi ha venduto cinque accendini e adesso è con me al bar a bere e parlare di politica. Non gli interessa più il suo giro, per oggi ha finito di lavorare. Continuiamo a raccontarcela come se fossimo due vecchi amici che non si vedono da molto tempo. Un giro lo offre lui, uno io.

Sarajevo, bar al mercato Markale, il mio amico Sam, il venditore di accendini.

Cosi passa un’altra oretta.

Sarajevo, bar al mercato Markale, il mio amico Sam.

Sono le 19,30. La pausa ristoratrice si è trasformata in un rave di parole e distillato di prugne, e cominciamo ad essere un po’ troppo euforici. Cerchiamo qualcosa da mangiare sul bancone, ma niet, non c’è niente da sgranocchiare, e noi sentiamo il bisogno di ingerire del cibo solido.

I nostri nuovi amici, ormai, sono tutti seduti con noi all’esterno, sulla piccola piattaforma. Ci dispiace molto, ma abbiamo proprio bisogno di staccare per recarci dal primo fornaio ed accaparrarci gli ultimi somun (i pani tondi bosniaci).

Provo a saldare i nostri conti, ma non riesco a pagare, non me lo permettono. Anche Sam, scherzosamente, mi caccia e, seriamente, minaccia vendetta se oso pagare qualcosa.

Siamo quasi commossi. Che fare?

Quindi, come si fa con gli amici conosciuti durante le vacanze estive, ci salutiamo un po’ a malincuore, ci scambiamo gli indirizzi, ci abbracciamo e promettiamo di tenerci in contatto.

Con passo calmo e prudente scendiamo i pochi gradini, adesso pericolosi.

Mi giro ancora a salutare e a ringraziare, tutti ci guardano andare, un po’ malinconici.

Li guardo, non voglio dimenticare le loro facce.

Faccio l’ultima foto.

Click.

Sarajevo, i nostri amici del piccolo bar al mercato Markale. Ervin, Sam e la ragazza del bar.

Immigrati al voto

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Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un famoso intervento il 23 Novembre 2011 disse:

Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità. I bambini hanno questa aspirazione”

Padova, votazioni per l’elezioni dei rappresentanti degli immigrati in consiglio comunale.

Il 27 novembre 2011 a Padova si sono svolte le elezioni dell’organo di rappresentanza degli immigrati residenti sul territorio comunale . Tutti gli immigrati in regola con il permesso di soggiorno sono stati chiamati ad esprimere la loro preferenza per l’elezione dei loro rappresentanti. Le votazioni hanno dato vita ad una Commissione dei Cittadini Immigrati, un Presidente e un Vice Presidente, con diritto di partecipazione e di parola nelle sedute del Consiglio Comunale.

Padova, il presidente della Commissione immigrati, Egi Cenolli , albanese, con il Vice -Presidente Jahangir Bhuiyan, bengalese.

Gli aventi diritto al voto erano 17850, il quorum era fissato a 2500, hanno votato 3843 cittadini.

Ma torniamo alla frase del Presidente della Repubblica, in Italia vige l’ordinamento dello “Ius Sanguinis”, il figlio di un immigrato, che ha già ottenuto la nazionalità, è automaticamente italiano. La proposta è di passare al principio dello “Ius soli”: un immigrato nato in Italia è italiano.

Non voglio dilungarmi troppo sugli aspetti giuridici e burocratici delle due diverse situazioni di diritto e dalle conseguenze radicalmente differenti.

Una cosa è certa: si parla in continuazione di politiche di integrazione dei cittadini stranieri ma in concreto non si fa nulla per realizzare questa integrazione. Gli immigrati, qui da noi, sono trattati come manodopera a basso costo a cui concedere il minimo di diritti, ma da cui pretendere il massimo dei doveri. Noi italiani abbiamo tutti i diritti dettati dal nostro impianto costituzionale ma sicuramente e furbescamente ci scontiamo molti dei doveri civici che invece vengono richiesti e pretesi dagli immigrati. Inoltre la loro presenza è diventata per molte forze politiche elemento catalizzatore di voti, non proponendo politiche di integrazione e concessione di diritti, ma anzi usando l’icona dell’immigrato in senso negativo, per raccogliere voti, proponendo leggi repressive e politiche che ne complichino l’integrazione.

Mi viene da pensare che partiti come la Lega Nord abbiano bisogno degli immigrati più di altre forze politiche. Senza di loro come potrebbero raccogliere i voti dei vecchietti impauriti, dei giovani scervellati e delle altre categorie di persone incapaci di produrre da sè un ragionamento indipendente dalle loro paure? Paure spesso create ad hoc dagli stessi politici, ma non solo da loro, che non sono gli unici responsabili di questo disastro culturale, di questo razzismo strisciante. I giornali e in generale gli organi di informazione gongolano ogni qual volta succedono fatti di cronaca legati agli stranieri. Una rissa, un episodio di spaccio, una rapina in casa, un furto violento, un’omicidio, fatto da italiani o da stranieri assumono rilevanza e significati diversi. Vi dico queste cose perché, lavorando nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, ne sono testimone diretto. I titoli dei giornali, nel caso di un omicidio, sono scritti e gridati in maniera differente a seconda del soggetto, italiano o straniero, protagonista del reato. “ Idraulico uccide la moglie a calci e pugni “ oppure “ Rumeno uccide la moglie a calci e pugni”. Vedete come suona diverso? Vedete la strisciante xenofobia ? Vedete la categorizzazione in negativo? Nel primo caso la presentazione della persona protagonista del fatto di cronaca non provoca allarme sociale, è un evento unico e singolare, il secondo caso invece sputtana tutta la comunità rumena. Dopo uno strillone così è inevitabile che la vecchietta e l’ignorante, istintivamente, vedano tutti i rumeni come violenti e pericolosi. Ecco come nasce il razzismo.

Questo è quello che succede nella realtà di tutti i giorni, questo è il messaggio culturale e politico. Politici e organi dell’informazione sono i diretti responsabili della cattiva fama degli immigrati in Italia, della loro difficile condizione.

Politici in mala fede e giornalisti di cattiva fattura.

Comunque è provato, tutti hanno bisogno degli immigrati: i politici per fare campagna elettorale, i giornali per vendere copie, gli industriali e gli agricoltori per avere manodopera a basso costo e senza diritti, i baristi per avere cameriere a buon mercato, le famiglie per avere le badanti; e via così potrei continuare all’infinito con gli esempi.

Quindi cosa faremmo senza di loro?

Per cui, cosa aspettiamo a riconoscerli come persone al pari nostro?

E già… cosa aspettiamo.

Padova, immigrati in fila per votare i loro rappresentanti in Consiglio Comunale.

Bisogna lavorare sul significato delle parole ad essi associate. Per esempio la parola “ integrazione”.

Cosa si intende per integrazione ? Che cos’è l’integrazione? Che integrazione vogliamo?

Un immigrato che viene dal Senegal deve assimilare i nostri usi e costumi e quindi diventare Italiano. Oppure l’Italiano e il cittadino senegalese devono mettere in comune le diverse culture, i diversi usi alimentari, le diverse esperienze e conoscenze e quindi fondere le loro diversità per costruire un nuovo cittadino. Più moderno. Più giusto. Più bello.

Reputo che la vera integrazione avvenga solo nel secondo caso. Le persone che non condividono questa forma di accettazione dello straniero debbono parlare non di integrazione ma di Assimilizzazione, Neo Colonialismo Culturale. C’è bisogno di buona volontà da entrambe le parti. C’è bisogno di un progetto. Abbiamo bisogno di intelligenza sociale.

Abbandonare lo stupido protezionismo dell’identità nazionale- locale è un dovere. Mischiare, accettare, condividere, crescere, aprirsi all’altro, modernizzare.

Qualcuno di voi mi potrebbe contestare che sono belle parole, ma con le belle frasi e i nobili principi non si va da nessuna parte.

Avete ragione voi!

Solo con le parole e i nobili principi non si sconfiggono i comportamenti illegali di una piccola parte di immigrati, e quindi neanche la xenofobia, la paura e il razzismo di una parte degli italiani.

Padova, 27 novembre 2011, immigrati al voto.

Facciamo un esempio pratico: è noto che il micro spaccio di droga, quello al dettaglio, è gestito soprattutto dai nord africani – tunisini e marocchini. Ok . Arriva un immigrato tunisino, cerca casa e non la trova , nessuno affitta case ad un tunisino, cerca lavoro e non lo trova, se lo trova gli offrono 500/700 euro. La legge Bossi-Fini, un crimine contro gli immigrati, dice che se non hai un lavoro, non hai il permesso di soggiorno. Quindi nel giro di pochi giorni dal suo arrivo, le speranze di una vita normale sono scomparse. Il tunisino si rivolge allora ai propri connazionali, che incontra ovviamente sulla strada, che è obbligato a frequentare, e questi gli risolvono la situazione. “Se spacci e ti unisci alla nostra banda avrai soldi in tasca, un posto dove dormire e guadagnerai abbastanza da poter aiutare la tua famiglia in Tunisia”. Ecco fatto! Le leggi italiane, le nostre paure, i nostri industriali, i piccoli imprenditori, noi stessi e quindi il sistema Italia hanno appena creato e messo all’opera un pericoloso criminale, uno sbandato, che non ha niente da perdere.

Il meccanismo è assolutamente questo. Chiaro e semplice. Nella maggioranza dei casi gli immigrati non vengono in Italia con l’intenzione di delinquere, è la stessa nostra stupida società che si coltiva con perseveranza i suoi criminali. Quindi cosa bisogna fare per creare cittadini e non criminali?

Ovvio no, concedere i diritti e non solo pretendere i doveri.

Integrare e non assimilare.

Padova, una cittadina “italiana” araba al voto.

Il 27 novembre 2011 si è messo in pratica un principio: tu immigrato non sei solo manodopera con tanti doveri e pochi diritti, tu sei parte integrante della nostra società, sei parte di un sistema, per cui è giusto che tu sia rappresentato e che tu abbia parola. E’ il riconoscimento della persona.

Forse per una volta, chi ha votato si è sentito parte della comunità e non solo ospite mal sopportato. Per una volta, ha sentito la nazione dove vive come la propria, come casa.

Padova, un cittadino immigrato marocchino al voto.

E tutti noi sappiamo, perché lo facciamo giornalmente, che la propria casa è un luogo importante e giornalmente ci adoperiamo per tenerla pulita e in buono stato.

Ho visto e fotografato le loro facce, mentre votavano. Il loro viso esprimeva soddisfazione.

Mamme e papà con bambini di ogni età a seguito. Tutti a votare. I piccoli nuovi italiani accompagnavano i loro padri e le loro madri ad un simbolico ma importantissimo voto.

Padova, un cittadino immigrato, accompagnato dalla sua bambina, si appresta a votare.

Essere parte di una società ed essere accettato da essa, comporta anche il rispetto delle sue regole.

Dubai 4° ed ultima puntata

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Eravamo rimasti alla camminata The Walk .

Gruppi di ragazzi e ragazze, ben separati, si incrociano, si sfiorano. Apparentemente gli uni e gli altri sembrano non guardarsi né cercarsi mai. Ma se osservi con attenzione, scopri che le loro direzioni non sono casuali, sembrano fatte apposta per vedersi, per inseguirsi. Ciò che avviene non è poi molto diverso da quello che accade in una normale via dello struscio in una qualsiasi città italiana, con l’eccezione che là i gruppi ancora non si uniscono e non interagiscono alla luce del sole, ma sono quasi sicuro che alla mia prossima camminata potrò assistere anche a questo.

Dubai, The Walk.

Se ti guardi attorno, distogli l’attenzione dalle persone sul marciapiede e ti giri verso la strada scopri un altro tipo di struscio : è in corso lo struscio delle auto.

Nell’unica corsia per senso di marcia, auto super lusso sfilano lentamente e rumorosamente, cercano di cogliere l’attenzione dei pedoni, vogliono farsi ammirare.

All’inizio della mia passeggiata pensavo che quel caos fosse solo il traffico ed infastidito avevo cercato di non dargli ascolto. Ho provato a neutralizzare il fastidio ignorandolo, ma i miei tentativi sono in breve naufragati e il rumore ha vinto, costringendomi a dargli retta.

Ecco che quel gran frastuono mi è apparso nella sua vera veste: era in corso la fiera delle vanità.

Dubai, The Walk, lo struscio delle auto.

Motori mandati su di giri, casse di buona qualità e potenti sub-woofer sparano, dall’interno delle auto top model, musica carica di centinaia di decibel che si diffonde sul marciapiede, tra la gente. Giovani ragazzi alla guida delle loro auto che affacciati al finestrino guardano noi pedoni.

Dopo pochi minuti di visione passiva, di fronte ad un così rumoroso e simpatico circo, decido di non rimanere con le mani in mano. Mi pianto al lato della carreggiata e inizio a scattare. Dapprima un po’ così, con fare casuale, alzo la macchina fotografica sempre all’ultimo momento, quando l’auto mi è già sotto, come dire “scusate sono in ritardo, mica sono un fotografo esperto, sono solo un turista”. Cerco di rompere il ghiaccio, voglio capire che reazione hanno di fronte ad una macchina fotografica.


Mi è capitato spesso di non essere accettato come fotografo, cosi adesso metto in scena questa piccola verifica ogni volta che non sono sicuro della situazione e normalmente dà buoni risultati. Ed infatti mi accorgo che le persone, invece di irritarsi, si compiacciono, rallentano e alcuni, per facilitare il mio compito, fermano addirittura il mezzo. Le scene divertenti si susseguono, da quello che mi fa il segno dell’OK, ai ragazzi che iniziano a comportarsi in modo bizzarro saltando dentro la macchina, scimmiottando un qualche rapper americano. La colonna d’auto, già lenta di suo, a questo punto si è quasi del tutto fermata e si sta allungando a dismisura.

Mi ritrovo a gesticolare, avvisare che ho fatto la foto, tutto ok avanti, sotto a chi tocca. Ma nonostante il mio impegno a velocizzare le operazioni, da lì a poco sorge un imbarazzante problema: il traffico si è paralizzato e fondamentalmente per colpa mia; da dietro, in fondo alla via, qualcuno comincia a suonare il clacson. Ok scusate, smetto subito.

Mi sento di dover fare qualcosa per risolvere una situazione da me creata. Risoluto, smetto di fotografare, prendo la decisione di liberare il vigile urbano super eroe che c’è in me e mentre con le mani e le braccia gesticolo, ecco uscirmi queste parole: “avanti, dai, muoviti, c’è fila,” .

Un lavoro a Dubai l’avevo trovato. Mi era caduto addosso, anzi l’avevo inventato io. E’ stato divertente.

Forse é anche per questo che non riesco a farmela andare di traverso questa contrastante società.

Mi piace immaginare Dubai e la sua società come un immenso esperimento: “proviamo a creare dal nulla in pochi decenni, là dove ora c’é questa piccola città, una metropoli, abitata da gente super benestante che non ha bisogno di lavorare e vediamo cosa succede. Già, vediamo. Dai.”

Dev’essere stato simile il pensiero dell’emiro, quella volta.

E ora comincio a vederla come un grande organismo che vive bene e in salute solo se ogni sua parte è in armonia. Chi sta in alto e chi sta in basso sono funzionali al benessere dell’insieme. Infatti sembra che l’arricchimento esagerato dei pochi, in qualche modo, stia portando anche maggiori opportunità di lavoro per quelli che, altrimenti, non ne avrebbero avute.

Come immaginerete, i cittadini dell’emirato non praticano nessun tipo di lavoro fisico, la loro condizione è tale da potersi permettere tutta la manodopera che vogliono. Il loro campo d’azione sono la finanza, gli affari, il commercio. Tutte le altre attività vengono demandate ai cittadini immigrati.

Dubai, operai in pausa.

Tanta richiesta di manodopera, uguale tante opportunità di lavoro e di vita.

Calma però, voi che leggete, non mi fraintendete, non sto dicendo che quella società sia giusta, nessuna società raggiunge mai la mèta. Ci si può avvicinare, ma realizzare il meccanismo perfetto, no, lo reputo impossibile.

Quello che voglio dirvi é che una grande metropoli in costruzione ha bisogno di manodopera in abbondanza di ogni tipo, che dopo aver costruito i grattacieli, i centri commerciali, i parchi divertimento e quant’altro, sarà chiamata anche al mantenimento e alla manutenzione delle strutture realizzate. La città, inoltre, avrà bisogno di altre migliaia di persone per il funzionamento quotidiano di tutte le sue strutture. Giusto?

E se questo qualcuno si chiama Abhik, Bholanath oppure Ismail, Fathi o Imad, forse per lui il guadagno ottenuto a Dubai è superiore a quanto avrebbe mai potuto ottenere nel suo paese d’origine.

Dubai, operai edili attendo il pulmino che li porterà agli alloggi.

E’ un patto, un contratto stipulato tra parti: io offro, tu accetti. Chiaro e corretto. Non perfetto. Sicuramente con ampi margine di miglioramento, soprattutto per quanto riguarda le condizioni e gli orari di lavoro, ma comunque, un ottimo affare per chi accetta, se consideriamo che un immigrato del Bangladesh è così in grado di passare da un redditto mensile di poche decine di dollari a $ 300/400 al mese. Lui ha migliorato la sua condizione sociale di partenza e ha migliorato senza dubbio anche le condizioni di vita della sua famiglia.

Proviamo a vederla così: confrontiamo le aspettative di miglioramento della condizione dell’immigrato del Bangladesh con quelle che si sono materializzate, negli ultimi anni, per le nuove generazioni nel nostro evoluto, ricco e ipocrita paese. In Italia sì che si sta attuando una gravissima ingiustizia sociale, i giovani sono lasciati precari, nell’incertezza per tutta la vita, sotto ricatto, derisi e sfruttati dai datori di lavoro, in cambio di due soldi e un po’ di stupido benessere. Il miglioramento delle status quo, con le attuali regole di mercato e le vigenti leggi sul lavoro, per una buona fetta della popolazione è ormai un mero miraggio, un’illusione, un inganno. Penso che la fantomatica crisi che affligge la nostra economia non sia più risolvibile, le sue cause risiedono alle basi, nei principi che la governano.

Mi sembra ormai evidente che sia necessario rinnovare profondamente le regole dell’economia nostrana, le basi stesse su cui si regge il sistema. Il profitto senza limite, il gioco del denaro virtuale, i guadagni stratosferici dei manager, nonostante i cattivi risultati, la mancanza di meritocrazia, il controllo del potere da parte delle lobby economiche, la politica al servizio dell’economia e non del popolo. Ed ora la mossa finale, l’economia che si è fatta politica. Sono tutte conseguenze negative di questo sistema.

Cosa dire di questa situazione?

La crisi è una grossa truffa.

Un controsenso. E grazie a questo inganno, stanno cercando di propinarci medicine sociali, sacrifici di diritti, che dovrebbero risollevare le nostre sorti e ridarci qualche chance per il riscatto.

E’ come se per curare una malattia fosse lo stesso virus a proporre ed attuare le strategie per la cura.

I futuri genitori, ora precari, non potranno aiutare i figli, come i nostri sono riusciti a fare con noi, non ne avranno le disponibilità economiche. E quindi cosa succederà fra qualche anno? E’,quindi,  evidente come la nostra dinamica sociale sia molto più ingiusta e degna di sdegno rispetto a quella in corso a Dubai. Inutile che ci nascondiamo dietro falsi principi, del tutto disattesi dalle nostre patrie società. Il patto sociale tra generazioni, da noi, si è rotto. E’ stato disatteso, dagli stessi padri che l’hanno generato e che ne hanno goduto.

Programmare uno stato di necessità?

A che scopo e perché avviene tutto questo? Perché le vecchie generazioni hanno rotto il contratto sociale? E soprattutto, cosa si aspettano, da questa nuova situazione? Non posso credere che tutto stia avvenendo per puro caso, come una conseguenza non calcolata di alcune fantomatiche crisi economiche. Per cui, provenendo da una società come la nostra e vedendo che le cose, nonostante gli appariscenti contrasti e le evidenti differenze tra chi ha tanto e chi ha poco, in qualche maniera funzionano e hanno una direzione precisa, mi rende indulgente e tollerante .

E mi rendo conto che tutto ciò che ho visto a Dubai, alla luce di quello che sta succedendo a casa nostra, può assumere un significato di giustizia sociale.

Dubai, operai a fine turno.

E quindi come posso giudicare negativamente Dubai e il suo sistema?

Lì, una società velocemente in evoluzione verso l’alto, una società dove il contratto sociale è rispettato, un organismo che funziona bene, dove tutte le persone che hanno accettato le sue regole sono soddisfatte. Qui da noi, invece, cosa?

Ecco cos’è per me Dubai: l’incarnazione della speranza di una vita migliore per migliaia di immigrati.

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Un esempio di quello che il nostro sistema dovrebbe essere anche per noi, il ricordo di quello che è stato e che forse non sarà mai più.

Dobbiamo cambiare le regole del gioco.

Ma per fare questo ci vuole forza, ci vuole coraggio, ci vuole disperazione.

Forse un giorno ci alzeremo compatti e urleremo la nostra rabbia.

Un giorno ..

Voglio fare una breve dichiarazione al lettore:

lo ammetto, il ritratto che mi sono fatto di Dubai può essere discutibile e forse da alcuni anche smentito, non ho studiato così a fondo quella società e per cui non vi chiedo di accettare le mie parole come oro colato.

Io ho solo apprezzato lo spirito che anima quella città.

La sua schiettezza, la sua voglia di essere migliore di altri posti.

E per questo la ringrazio, avermi fatto vedere cosa vuol dire crescere ed offrire delle possibilità, mi ha rincuorato, mi ha mosso dentro qualcosa.

Ciao Dubai, spero di non sbagliarmi su di te.

Dubai vista noturna dal Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo.

Dubai 3° puntata

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Quindi strappate le pagine della guida turistica con le parole “vecchio”, “tradizionale”, “antico” e ritrovata casualmente la “città normale”, dopo aver camminato per le sue vivissime strade a due corsie per senso di marcia e fatto un po’ di fotografie, diciamo che mi sento soddisfatto. Cerco un taxi, fatico un po’ perché nella vecchia Dubai i taxi stanno ovviamente alla stazione delle corriere, proprio come da noi. E mentre tornavo all’albergo, nella parte nuova di Dubai, mi rendo conto che è ancora troppo presto per andare a letto e non ho sonno, ho voglia di fare ancora qualcosa, per cui decido di fare due passi per la zona pedonale chiamata, con tono di grandezza, The Walk.

Dubai nuova, la camminata The Walk.

Dovete sapere che Dubai, come ve l’ho descritta nei post precedenti, è una città che, fino a pochi anni fa, non ha lasciato grande spazio alla vita pedonale dei suoi abitanti.

La semplice e naturalissima azione del camminare, da noi comunemente praticata e caldamente consigliata da qualsiasi medico, qui rappresenta una novità per molti motivi. Passeggiare a Dubai può essere considerata un’attività del tutto innaturale e molto spesso alquanto pericolosa per la salute. Non è quindi solo una questione di pigrizia fisica e mentale dei suoi cittadini, esistono delle cause oggettive che giustificano questo strano fenomeno. La stessa struttura cittadina è costruita per rispondere a questa esigenza: enormi centri commerciali, larghe strade, piccoli marciapiedi. Per cui è raro vedere gente a piedi o in bici, i cittadini sono abituati a spostarsi in macchina o al massimo con i mezzi pubblici.

La causa di tutta questa inerzia è da ricercare nel clima della zona che per la maggior parte dell’anno è del tutto insopportabile: infatti per 8/9 mesi dell’anno il solo pensare di stare per la strada, sotto il sole, e senza aria condizionata è veramente cosa da suicidio meditato. Le temperature, da febbraio ad ottobre, oscillano tra i 35c° e i 45c°, con tassi di umidità del 90% che fanno concorrenza diretta alla nostra bagnata pianura padana in luglio/agosto. Quindi è ovvio che tutta la vita sociale sia stata organizzata in luoghi climatizzati, tanto più ancora le attività fisiche, come per esempio il passeggio. Solo nei restanti mesi la temperatura diventa gradevole ed oscilla tra i 22c° e i 30c°.

Da settembre a febbraio il clima offre la possibilità di vivere all’aperto, e visto il breve periodo propizio, il godersi le piacevoli temperature invernali diventa un lusso e come tale è stato organizzato. A questo fine l’Emiro ha fatto costruire attorno ai nuovi complessi edilizi grandi passeggiate, tutte super attrezzate con ristoranti, bar e negozi.

Dubai, The Walk.

Una di queste, da poco ultimate, è appunto quella nominata con grande enfasi The Walk. Di che si tratta? E’ un grande viale con un’area calpestabile larga una trentina di metri, costeggiata da una strada con una sola corsia per senso di marcia. Nella parte pedonale si materializza lo spirito commerciale e spendaccione della ricca cittadinanza, i negozi di firma ed i ristoranti si contendono ogni metro a disposizione. Qui puoi trovare di tutto, dai mobili vintage alle scarpe, dal cibo Thay al classico ristorante italiano fino alle grosse catene di caffè americane. Insomma la camminata è super attrezzata per permetterti di trascorrere delle felici ore di libero shopping alternato a pause ristoratrici per ogni gusto, esigenza e tasca. Turisti e abitanti del luogo si mischiano e si confondono. Ragazze occidentali in abiti succinti e donne arabe, con i loro completi tradizionali, passeggiano le une affianco alle altre.

Ma, cosa alquanto inconsueta per un paese arabo islamico, è la facile possibilità di assistere a delle strane accoppiate: mamme con il vestito tradizionale, lunga veste nera e viso semi coperto, che accompagnano figlie attrezzate con scarpa tacco 12 , minigonna e scollatura seno molto aggressiva.

Anche tra gli uomini la tendenza ad abbandonare i costumi tradizionali è evidente: accanto ad elegantissimi signori vestiti con la lunga veste bianca e ciabatte di pelle, è facile imbattersi in gruppi di ragazzi in jeans, scarpe da ginnastica, capelli colorati, gel, orecchini, e tatuaggi di serie. Le stesse scene si verificano sulla spiaggia, convivono assieme donne arabe con costume da bagno completo, così che nessuna parte del corpo viene mostrata al pubblico, e ragazze sia arabe che occidentali in bikini.

Dubai, la spiaggia.

Dubai, una coppia di fidanzati.

Tutto ciò mi fa sorridere e rende la mia visita alla città meno pesante, mi sento come uno spettatore e lo spettacolo è il cambiamento di una società, in diretta, sotto i miei occhi. Il vecchio e il nuovo convivono nello stesso posto, nella stessa famiglia.

Questo mi fa riflettere e meditare. Penso.

Gli usi e i costumi di questa società stanno mutando con una tale velocità da lasciar senza fiato. E immagino che qualcosa del genere stia avvenendo anche nelle menti e per le idee di queste persone.

Dubai è forse l’unico stato islamico dov’è in atto un radicale cambiamento con il consenso e l’incoraggiamento delle autorità locali. Mi sento quasi felice davanti a questo spettacolo. Assisto all’inaspettata tolleranza delle vecchie generazioni verso il nuovo, verso le nuove generazioni.

Forse che il benessere, prodotto ed imposto quasi artificialmente, quasi indotto, l’apertura verso il mondo occidentale, la vocazione al turismo stiano portando anche degli inaspettati effetti positivi, innovativi sulla popolazione locale?

Che il dio denaro forse per una volta stia portando con sé anche qualcosa di buono?

Dubai, quartiere La Marina, operai edili pachistani hanno appena finito il turno.

Ed infatti, al mio arrivo a Dubai e nelle mie prime esplorazioni per la città, non capivo cosa c’era in questa gente e in questo posto che mi coinvolgesse cosi positivamente e che, nonostante le evidenti differenze tra i cittadini, mi facesse sentire a mio agio. E non comprendevo completamente perché non mi sentissi in torto, in contraddizione con i mie principi e la mia morale.

Infatti mi sono scoperto ad impormi un’opinione negativa nei confronti di quello che vedevo attorno a me, e nonostante il mio meditare sulle conseguenze negative di un tale prepotente e spocchioso salto in avanti, qualcosa inspiegabilmente sempre mi riportava a non eccedere nei miei giudizi negativi.

Dubai, quartiere La Marina, due operai edili si godono il dopo lavoro.

Secondo il mio personale modo di vedere, l’irraggiungibile condizione di benessere di una parte della società, se confrontata con la umile e normale vita quotidiana dei più che lavorano per sbarcare il lunario, crea un meccanismo di divisione di classe del tutto inaccettabile e intollerabile. Questo meccanismo basato sulla disuguaglianza ritengo porti all’accumulo di tensioni sia dal basso verso l’alto, che di conseguenza, in direzione opposta, porti diffidenza e disprezzo, rendendo quindi inevitabile arrivare ad un generale degrado delle condizioni di vita dell’intero sistema.

Sulla base di questo mio pensiero, Dubai dovrebbe rappresentare il male assoluto, l’ultimo posto al mondo in grado di piacermi, eppure,sin dall’inizio non sono riuscito a farmela dispiacere.

Qualcosa mi rendeva ottimista, da principio non avevo capito, non vedevo i particolari delle cose che invece il mio istintivo senso di giustizia stava già immagazzinando ed analizzando.

Durante le mie passeggiate per la città ho notato che le persone irradiavano uno strano senso di serenità. Questa emozione traspariva sia dalle facce di chi era alla guida di una Mercedes che da quelle di chi vedevo lavorare in un cantiere edile. Non ho mai incontrato sui volti delle persone emozioni drammatiche. Al contrario di quello che vedo nella nostra evoluta e giusta società italiana. Quindi le cose sono due: tutti gli abitanti di Dubai sono dei grandissimi attori, e allora consiglierei a qualche regista di fare casting sul luogo, oppure c’è qualche altro motivo che rende queste persone soddisfatte della loro condizione di vita.

Per cui non me la sento di emettere definitivamente una sentenza di condanna.

Dubai 2° puntata

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E arriva sera,

Dubai la sera può offrire diverse cose da fare, tutte sono incentrate sul commercio o sul lusso. I centri commerciali non chiudono prima delle 23, i ristoranti sono aperti fino a tardi e colgono qualsiasi occasione. Molti alberghi sono farciti di locali modaioli, come il Buddha Bar. Ma se per caso cerchi qualcosa di diverso, una passeggiata romantica, un tête-à-tête con il tuo sogno, c’è la possibilità di far visita alla città vecchia, Bastakia. Vedere le sue tipiche costruzioni arabe e i suoi frequentissimi e ravvicinati negozietti.

Bastakia notturna.

Il Souk dell’oro, delle spezie. Le guide turistiche ti aiutano raccontandoti di posti di tal rumorosa e profumata meraviglia. Ma la realtà ovviamente è altra cosa. La delusione è purtroppo grande, non vi aspettereste mica di trovare davvero una vecchia città a Dubai? No, vero,  infatti di vecchio non c’è niente. La vecchia città è un restauro cosi ben riuscito che ha perso tutto il suo fascino antico. E infatti scendo dal taxi, guardo un po’ stupito il tassista e gli chiedo nuovamente dove sia la città vecchia. Lui mi risponde che devo solo guardare, è là, davanti ai miei occhi. Ok dico, andiamo a vedere. Subito, l’insieme delle costruzioni non si presenta molto bene, è come entrare in un museo, sai già che tutto quello che vedrai non c’è più. Un museo molto curato e ben pulito. Troppo. Il souk che dovrebbe esserci non c’è, si c’è, ma le sue strette viette sono ad uso e consumo solo dei turisti che, affamati di preziosi ricordi, si gettano tra le braccia di venditori molto diplomatici. Gli inquilini della vecchia città certamente non vi abitano e certamente non vi fanno shopping.

Dubai, Bastakia, un venditore di spezie.

Cosi, dopo aver gironzolato per una mezzora, me ne vado un po’ deluso e con la nascente convinzione che forse in questa città quello che colpisce e merita di essere visto non è certamente la sua storia ma l’evoluzione del presente e la forza con cui si sta lanciando in avanti nel futuro. Lo spettacolo del moderno a tutti i costi e del bello per forza, quello mi lascia a bocca aperta. Certamente non un artificiale restauro di un vecchio quartiere aggiornato in edizione buona solo per far spendere un po’ di soldi.

La stessa spiacevole scoperta avviene alla visita di un altro luogo molto reclamizzato, il souk di Madinat. Anche qui ovviamente ci si giunge in taxi. Scendi, schivi qualche autobus carico di turisti e sali al primo piano su per una piccola scalinata. Un moderno antichizzato centro commerciale ti accoglie con i suoi tre piani bene organizzati. Corridoi e stretti passaggi. Urbanisticamente l’interno ricorda viette colme di botteghe e infatti si vende di tutto, dalle chincaglierie all’oro. Ma manca quel profumo di vecchio, il caos, l’anarchia delle voci del mercato che si sovrappongono e ti guidano, manca quel meraviglioso senso di leggerezza capace di rapirti per ore. Ma non mancano i ristoranti e i bar, si passa dalla pasticceria francese al ristorante “da Franco” in stile italian super lusso. Scali da un piano all’altro con la speranza di ritrovare ciò che ti aspettavi ma ti accorgi che sei nell’unico souk dove non vieni aggredito dai commercianti, sei in un normalissimo centro commerciale. E allora chiamiamolo semplicemente con il suo nome.

E’ vero, cedo alla tentazione e il mio lato critico prende il sopravvento e si lascia andare ad opinioni poco positive. Non che mi aspettassi altro, ma un po’ forse ci speravo. Quando sento la parola souk mi viene una strana vertigine e mi coglie la voglia di infilarmici dentro e vivere con forza il suo caos.

Ho capito, ho deciso, è colpa mia, ancora un volta mi sono fatto ingannare dal mio romanticissimo senso del viaggio. Pare che l’unica soluzione sia strappare le pagine della guida con la parola “antico”, “tradizionale” e mantenere solo la parte che parla del “moderno” e dello “spettacolare”. Questo non è un posto normale. Qui non si incontra il passato. Qui è il presente che ti presenta il passato. Il vecchio è morto e lo si ricorda come si fa per i personaggi famosi, con una bella statua di cera dentro un museo. Ma io non mi voglio rassegnare, sono convinto che Dubai debba essere anche qualcos’altro.  Quindi, da inguaribile ottimista quale sono, mi ritrovo nuovamente immerso nella spasmodica ricerca di questo altro! Non voglio credere che Dubai sia solo ora, oggi, domani e non anche ieri!

Esco pieno di rimorsi per il tempo perso, niente taxi in vista, mi suona strano. Ok, non mi scoraggio e comincio a camminare per le vie. E mi ritrovo in una insolita situazione. Le strade si sono ristrette, una o due corsie per senso di marcia, semafori, incroci pedonali, stop. Auto a misura umana, si vedono addirittura delle utilitarie. Zero Porsche, zero ultimo modello extra lusso della Rolls Royce con vernice nero opaca ruvida.

Dubai, una via nei pressi di Bastakia.

Ma quale posto è questo? Eccola, forse l’ho trovata finalmente la nuova, non è la nuova, cioè si, ma no, voglio dire è la vecchia, no, la parola giusta è “la città”. La normale città moderna araba, un po’ vecchia, un po’ nuova. Normale. Mi sento sollevato!

Dubai, zona Bastakia.

Adesso il viaggio può riprende il suo corso e quasi mi passa quella brutta sensazione che mi aveva colto all’interno del finto souk. Bene, sento che non è stato tutto tempo perso.

E’ sera, ma tutti sono super attivi, indaffarati, i negozi sono aperti, vie interamente illuminate dalle insegne commerciali, luce anche di notte. Cammino con la mia macchina fotografica al collo, per strada la gente un po’ mi guarda stupita, immagino che i turisti non vengano spesso qui. Passo davanti ad un supermercato, entro, sono curioso di vedere cosa si vende, impaziente mi infilo tra le sue corsie. Sugli scaffali scopro normali prodotti per la casa, alimentari, latte, snack, piccola bigiotteria, qualche vestito a basso costo. Il basso costo anche a Dubai? E’ tutto vero.

Dubai, zona Bastakia.

Passo per una via interamente occupata da negozietti di componenti per computer.  Vengono continuamente scaricate da furgoncini, simili ai nostri Fiat Ducato, pacchi e pacchetti contenenti ogni tipo di merce.

Dubai.

Un’altra via è dedicata alla vendita di catene, catenine e monili in oro, di buonissima fattura, così sembra. Mi fermo davanti ad una gioielleria, dall’interno mi vedono straniero ed interessato, esce un uomo indiano di mezza età che mi rivolge la parola. Entrambi facciamo le lodi del gioiello esposto, mi dice che è stato fatto in Italia, a Firenze. Allora io rispondo in italiano, lui ride e mi propone un buon prezzo.

Continuo la mia emozionante passeggiata. Un tipo strano mi approccia e con aria un po’ malavitosa, mi propone un rolex sottocosto; niente da fare. Lo capisce subito. Passa una macchina della polizia e con fare indifferente e camaleontico l’uomo si appoggia nuovamente con la spalla al suo angolo di strada. Accelero il passo, rallento, osservo, scatto qualche immagine senza dare importanza all’azione.

Dubai, zona Bastakia.

Dubai.

Riguardo le foto sul display della macchina fotografica, voglio assicurarmi di non aver commesso errori, osservo le immagini appena scattate. Non sono convinto, hanno qualcosa di strano, non riesco a capire le sensazioni che mi danno, sono perplesso. Spengo il monitor, scivolo di strada in strada, guardo i volti delle persone, scruto i loro atteggiamenti. Questa volta non faccio foto, mi limito ad osservare. Quella stonata sensazione non mi molla, penso di aver sbagliato qualcosa e allora, arrivato in un punto ben illuminato da un’insegna luminosa, riaccendo il display della macchina fotografica e scorro con impazienza gli ultimi scatti.

Ora le immagini mi trasmettono uno strano senso di famigliarità e di conosciuto. E capisco: ecco cos’era che non andava, no anzi, che andava benissimo.  Le fotografie erano così in contrasto con quelle scattate nella nuova Dubai da sembrarmi sbagliate.

E mi rendo conto che riconosco le facce delle persone. Ma sì, mi accorgo che sono le stesse persone e le stesse facce che vedo nella città nuova, nei bar, nei ristoranti, negli hotel, nei parcheggi, per la strada a raccogliere i rifiuti, guidare i taxi, fare il caffè, sistemare la mia camera d’albergo.

Sono loro, che sollievo.

Dubai ti ho trovata!

Dubai

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Dubai

Dubai, quartiere La Marina, vista dal 44° piano.

In dicembre ho avuto la possibilità di trascorrere qualche giorno negli Emirati Uniti, nella città di Dubai.

Con questo post voglio iniziare a raccontarvi il mio viaggio in questa strana metropoli piena di contraddizioni.

Partiamo con qualche dato: Dubai fa un milione e mezzo di cittadini, di questi solo il 20% è cittadino dell’emirato il resto è costituito principalmente da immigrati pachistani, indiani, e bengalesi. La città è stretta tra il mare e il deserto. Per la sua favorevole posizione geografica sul mare è da sempre stata un importante porto e una base commerciale molto vantaggiosa sulla via delle Indie. Per questo motivo, nei secoli passati, è stata oggetto delle mire dell’Impero Ottomano prima e dell’Impero Britannico dopo. Nel 1971 in seguito al disimpegno degli Inglesi, l’emirato di Dubai, Abu Dhabi e altri 5 piccoli emirati costituirono la federazione degli stati Emirati Uniti. Lo sviluppo della città è legato alla scoperta del petrolio, avvenuta negli anni ’60. Grazie ad esso l’emirato ha potuto crescere a dismisura e ad assumere le sembianze attuali. Dubai oltre ad essere un importante produttore di petrolio è diventato una delle principali piazze d’affari del mondo, infatti la mancanza di imposte statali sulle merci e l’assenza di tasse a carico delle aziende e dei cittadini l’hanno resa zona franca e un’ottima piazza sia per gli scambi commerciale che per l’insediamento delle sedi di molte società straniere.

Dubai, quartiere La Marina

Negli ultimi due decenni la città ha avuto un incredibile sviluppo urbano, che si è tradotto nelle costruzione di avveniristiche infrastrutture, nei mastodontici grattacieli spuntati su come funghi in ogni suo quartiere, uno tra tutti il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, solo mt 828, inaugurato nel 2010.

Insomma avete capito di che tipo di città vi sto parlando.

Il primo impatto.

Dubai, la camminata nel quartiere La Marina.

L’arrivo in un concentrato simile di edilizia spettacolare crea come prima reazione: sconcerto, stupore e uno strano senso di nanismo. Cominci a guardare tutto dal basso all’alto, fino a perdere il senso dell’orientamento. Ci si deve un po’ abituare, perché i punti di riferimento non sono più i cartelli stradali con le indicazioni delle vie ad altezza d’uomo, ma istintivamente ci si deve orientare prendendo come riferimento i palazzi che dominano l’orizzonte. E cosi, camminando e camminando, ad un certo punto, ci si accorge di avere un grosso problema da risolvere e si viene colti ancora una volta da stupore ed incredulità: come cambiare lato della strada?

Dubai.

Tenete presente che anche le strade, come tutto a Dubai, sono di nuova costruzione, con le loro tre corsie, almeno, per senso di marcia assomigliano più alle nostre tangenziali sia per dimensioni che per intensità di traffico, e sto parlando semplicemente delle strade all’interno delle città! Quindi la naturale necessità del comune pedone di attraversare una strada, cosa che nelle nostre realtà urbane facciamo con semplicità, nel circuito cittadino dell’emirato avviene invece con estrema difficoltà. L’attraversamento va organizzato per tempo, ancora prima di scegliere la direzione di marcia, devi avere ben chiaro in mente la tua meta, se sta al di qua o al di là. Esiste il serio rischio che camminando e soggetti a nanismo mentale, si debba tornare indietro e ripartire dallo start per calpestare il giusto lato pedonale, oppure capita che pur di non ammettere di aver percorso invano centinaia di metri, ci si impunti e cosi si continui per la propria direzione, confidando nella nascosta vicinanza di un provvidenziale incrocio pedonale. Errore!

E’ sempre meglio tornare indietro e iniziare il percorso cittadino con il piede giusto.

Capirete inoltre cosa siano le strade dette “tangenziali”: sette corsie per senso di marcia, costantemente percorse da migliaia di autoveicoli e spesso incredibilmente intasate.

Dubai, la tangenziale.

Sempre per strada, il rumore!

L’udito è costantemente sollecitato dai rumori: motori di macchine di grossa cilindrata, martelli pneumatici che perforano e bucano.

Grattacieli che prendono vita! Sembra di vederli crescere. Oggi, solo pareti di cemento armato, domani come per magia invece si trasformano in lucidissime lame di vetro scuro.

Sembra di vedere un video ben montato che racchiude in un giorno gli eventi di mesi e mesi.

Per le strade circolano quasi unicamente super cars e camion carichi di materiali edili. Pulmini colmi di operai pakistani, bengalesi, indiani, che guardano dai finestrini la città artificiale, che loro stessi stanno costruendo.

La strada obbliga i due opposti ad incontrarsi a guardarsi negli occhi.

Dubai, un camioncino con il suo carico di lavoratori.

I bolidi sfrecciano e superano gli operai sugli autobus come a affermare la differenza, ad evidenziare la contraddizione. Il contrasto è sferzante, colpisce con forza ed arroganza.

Tutti i sensi sono coinvolti !

Apprezzare l’iper attivismo costruttivo, l’isterica corsa verso il moderno e la dedizione al lusso o fare il salto d’opinione e prendere posizioni critica?

Dubai, un gruppo di operai edili in pausa pranzo.

Per le strade di Dubai, questo pensiero mi punge la coscienza!

Non tutto è perso

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Come dicevo nel post precedente, mi è successo di ritrovare atteggiamenti, sentimenti e comportamenti identici in persone con storie e culture differenti.

Non mi riferisco solo ai comportamenti definiti positivi, quello che mi sconvolge e mi crea molti problemi è la similitudine del male!

Questo mi fa pensare molto, mi rendo conto che forse siamo più semplici e meno evoluti di quanto ci vantiamo o vorremo essere.

Si dice anche che la storia si ripete, quante volte abbiamo usato queste parole per esprimere stupore e allo stesso tempo consapevolezza sugli atteggiamenti dell’uomo… Gli errori sono sempre gli stessi.  I motivi per cui si fanno le guerre, per cui si fa la pace e per cui le persone si comportano in un certo modo si ripetono come in un modello matematico. Qualcuno lo ha elaborato, scritto e inserito nel nostro DNA.

Se fossimo delle automobili potremmo essere contraddistinti così: motore di cc 1000, servosterzo, potenza cavalli, finestrini elettrici.  Invece come uomini potremmo essere  descritti: aggressività 1000, violenza 500, bontà 300, amicizia 1000, amore 1000, invidia 400…

Ma io rifiuto questa caratterizzazione e anzi voglio credere che non sia cosi, che noi non siamo una semplice ripetizione o applicazione di medesimi atteggiamenti o il risultato di emozioni inconsapevoli ed incontrollabili.

Certo qualcosa mi sfugge, mi sfugge il perché l’uomo, nonostante sia un essere che pensa, che impara, non riesca a non ricadere negli errori già fatti né a correggere alcuni suoi difetti congeniti.

Parlo dell’odio, parlo della guerra. Ma non solo. Potrei parlare anche dell’egoismo, dell’avidità, dell’invidia e avanti avanti fino ad elencare tutti i difetti di questa cosa che definiamo umanità.

Mi viene da pensare che la natura  abbia programmato un’evoluzione al contrario per la razza umana.

Più migliora il nostro tenore di vita e più, in egual misura e anzi maggiormente, cresce la nostra capacità di provocare danni.

La nostra è un’evoluzione dedita al suicidio collettivo, mondiale!

E’ un controsenso, un cortocircuito pazzesco!

Eppure sembra proprio cosi.

Quello che siamo e quello che sappiamo dovrebbe essere già sufficiente ad annientare e correggere una volta per sempre gli errori.

Diffondere il benessere dovrebbe essere una cosa ovvia, invece se ne fa solo retorica strumentale ad uso e consumo di qualche Stato o del Potente di turno.

E quindi purtroppo tutto si ripete, sempre uguale.

Ma adesso per capire il senso pensiamo più semplicemente alle nostre singole vite, a quante volte abbiamo fatto, ripetuto gli stessi errori, gli stessi atteggiamenti che poi ci hanno portato alla rovina, alla fine di una storia d’amore, alla perdita di un amico, al fallimento nel lavoro. Se ci pensiamo, tutti noi sappiamo, nella maggior parte dei casi sappiamo perfettamente dove abbiamo sbagliato, cosa non andava in questa o quella cosa. Perché siamo dotati di consapevolezza, di capacità di analisi, di revisione. Ma la maggioranza di noi continua a ripetere, a commettere sempre gli stessi errori a proprio danno e delle persone che ci sono attorno, che quindi spesso diventano vittime.

Invertire l'”evoluzione al contrario” è la priorità di tutti noi!

E coloro che sono le vittime sono i primi ad imparare, a conoscere e a essere consapevoli che è necessario un cambio di rotta.

Sorge ovviamente una domanda: perché? perché si continua su questa strada?

Io la mia risposta l’ho trovata, è  un po’ complicata e magari ne parliamo in uno dei prossimi post.

Quello che mi rende ancora un po’ fiducioso verso l’umanità è la palese esistenza di alcuni aspetti positivi nell’uomo.

Per esempio l’amore, la bellezza, la generosità, la bontà, l’amicizia, l’innocenza di un bambino.

La consapevolezza che forse non tutto nasce già rotto, rovinato, corrotto!

A questo voglio credere e questo voglio farvi vedere !

Tunisia, campo profughi Ras Jadir, un bambino somalo mi accoglie con entusiasmo.

In seguito alla crisi libica, decine di migliaia di lavoratori africani sono stati costretti a scappare in Tunisia da dove, accolti nel campo profughi di Ras Jadir, sono successivamente stati rimpatriati verso i loro Paesi di origine.  Mentre cammino per il campo mi imbatto in questo stupendo bambino somalo. Sta con il suo papa fuori dalla tenda, mi avvicino lo guardo, gli sorrido e lui cosa fa? Comincia a giocare con me, ricambia il mio sorriso, mi tende le braccia. Bellissimo!

Tunisia, campo profughi Ras Jadir.

Una famiglia somala sta tornando alla tenda dopo essere stata all’ospedale per una visita di controllo al bambino.  Mi ha colpito soprattutto lo sguardo che il padre rivolge al figlio, la cura con cui lo tiene tra le braccia.

Tunisia, campo profughi Ras Jadir, ospedale da campo, una mamma somala con il suo bambino.

Bulgaria, Belogradchik, il piccolo Nicolas con sua madre.

All’inizio del 2011 sono stato in Bulgaria per seguire il progetto “La strada del cibo”,  in collaborazione con Elisabetta Tiveron (guardate il blog omonimo), avevamo fatto tappa nella cittadina di Belogradchik. Passeggiando senza mèta per le strade ci imbattiamo in un rione gypsy e senza pensarci ci infiliamo tra baracche e umili casette. C’erano macchine smontate ovunque, poche persone in giro. Diciamo che non assomigliava ad un posto molto raccomandabile. Mi sono detto: dai, rischiamo, siamo qua, che vuoi che ci succeda. Osservo un po’ guardingo quello strano paesaggio urbano, scatto qualche foto. Un ragazzino mi corre incontro, si ferma e mi guarda un po’ sorpreso. Ci guardiamo, sorrido e lo saluto, lui ricambia con un saluto e mi invita a seguirlo dentro una casa. Io ed Elisabetta ci scambiamo un’occhiata, cerchiamo di analizzare, valutare la situazione, potrebbe essere uno sbaglio. Entriamo nell’abitazione e scopriamo con sorpresa che non era una casa ma un bar e punto vendita di generi alimentare. Ai tavoli c’erano persone che bevevano, subito la loro attenzione  si rivolge verso di noi, c’è stupore per l’inattesa visita dei due sprovveduti viaggiatori italiani con macchina fotografica di buon valore al collo. Pochi secondi per studiarci, sorrido, butto qualche sguardo amichevole ai presenti, cerco conferme, mi presento. Inaspettatamente veniamo accolti, ci invitano a sedere. Cerco ancora conferme, mi sfilo la macchina dal collo, l’abbandono con noncuranza su un tavolino senza preoccuparmi di controllare se qualcuno l’ha adocchiata.  Subito la mamma di Nicolas, proprietaria del bar, ci prepara un caffè. In pochi minuti eravamo amici, cercavamo di comunicare un po’ in inglese e un po’ a gesti. A questo punto chiedo il permesso di fare delle foto, allegramente tutti i presenti accettano e con mia grande gioia scatto delle immagini magnifiche.

Bulgaria, Belogradchik, avventori del piccolo bar nel rione gypsy.

Bulgaria, Belogradchik. Un cliente del piccolo bar.

Bulgaria, Belogradchik. Il piccolo Nicolas posa per noi.

L' Elisabetta con il piccolo Nicolas.

Bisogna avere fiducia!

Alcune immagini si ripetono

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Alcune immagini si ripetono!
Mi capita spesso di ritrovare in persone tra loro distanti ed estranee, espressioni di sentimenti e atteggiamenti identici.
Osservo i contenuti di alcune mie fotografie scattate in tempi diversi e luoghi lontani e con stupore noto come in esse vengano fermate le stesse emozioni, a volte ritrovo addirittura anche le stesse forme fisiche, le stesse movenze nei soggetti.
Questo mi fa pensare ad un minimo comune denominatore presente in tutti.
La capacità di provare sentimenti e di esprimerli allo stesso modo, ovunque le persone vivano e a qualunque cultura e storia siano legate.
Una lingua comune, una forma di comunicazione indipendente, universale che tutti noi siamo in grado di comprendere ed esprimere.
Penso ad una madre che accudisce il proprio bambino.
A due innamorati che si baciano.

Amore e Odio.
I sentimenti più diffusi e meglio distinguibili che tutti noi conosciamo e almeno una volta abbiamo provato.
Per ora voglio farvi vedere alcune immagini in cui penso di essere riuscito a fermare l”Amore”, nonostante l’Odio.
“Amore materno”

Chad, campo profughi, ospedale da campo.

Le foto  sono state scattate nel 2004 in Chad. Il paese africano che confina con il Sudan/Darfur. Nel 2003 le popolazioni del Darfur che ancora non avevano completamente guarito le ferite dell’ultima  guerra civile  si ritrovarono ad  affrontare una nuova crisi  militare. Il 23 febbraio 2003 i ribelli dello JEM, accusando il governo di Khartoun di discriminare le popolazioni non arabe, dichiararono ufficialmente aperte le ostilità  con la rivendicazione dell’attacco ad una postazione militare a Golo. L’esercito governativo nei primi mesi del conflitto si trova in netto svantaggio, colleziona una serie impressionanti di sconfitte, la più clamorosa delle quali il 25 maggio del 2003 ad Al Fashir dove in un attacco notturno i ribelli annientano un’intera guarnigione, distruggono a terra aerei Antonov ed elicotteri da guerra .

A quel punto il governo sudanese cambia strategia, affida le operazioni sul campo alle milizie Janjaweed, che attrezzate con armamenti moderni e artiglieria, appoggiate dall’aviazione mettono a ferro e fuoco la regione costringendo un milione di persone a lasciare le proprie case. Distruggono villaggi, uccidono gli uomini e stuprano le donne. Molti hanno definito queste azioni genocidio. Pulizia etnica. Nello stesso anno circa 100 mila sudanesi si trasformano in profughi, attraversano il confine con il Chad dove vengono allestititi i primi campi per rifugiati.

Chad, campo profughi.